Summertime ♪ ♫

Summertime è il nome di un’aria composta da George Gershwin per l’opera Porgy and Bess del 1935. Il testo è di DuBose Heyward e Ira Gershwin. La canzone è un popolare standard jazz in modo eolio.

Gershwin disse di aver basato questa canzone su una Ninna nanna di origine Ucraina, Oi Khodyt Son Kolo Vikon (Un Sogno Passa Dalle Finestre), che ascoltò durante una esibizione a New York City del Coro Nazionale Ucraino Oleksander Koshetz.

Summertime-Blues

Origine 

Gershwin cominciò a comporre la canzone nel dicembre 1933, nell’intento di creare uno spiritual nello stile della musica folk afroamericana del periodo. È più volte suonata durante Porgy and Bess, prima da Clara nell’atto I come una ninnananna, e poco dopo, nel secondo atto, come contrappunto durante una partita a dadi, sempre da Clara, e infine nel terzo atto da Bess. L’azione si svolge durante gli anni trenta nella Carolina del Sud, dove, in pieno periodo di crisi economica americana, le persone di colore sono le prime vittime della povertà.

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Popolarità

Il brano divenne uno tra i più popolari standard jazz ed è stato interpretato da un gran numero di artisti, sia in chiave jazz che in chiave rock, tanto che pare competere con Yesterday dei Beatles per il titolo di canzone reinterpretata più volte, con una stima di 2.500 diverse versioni incise. Un gruppo internazionale di collezionisti, chiamato “The Summertime Connection”, sostiene di aver recensito 20.173 registrazioni differenti (al 1 giugno 2010) e 34.796 esibizioni pubbliche.

Summertime fu scritta in inglese, ma è stata tradotta ed eseguita in molte lingue, tra cui anche l’italiano nella versione de I Dalton

Vi sono numerose interpretazioni ma io consiglio quelle sotto riportate di George Gershwin (l’originale, ovviamente), Miles Davis, Ella Fitzgerald and Louis Armstrong, Chet Baker, tutte da assaporare ad occhi chiusi!!!

 

 George Gershwin – orchestral version (very good!!)

Ricomincio da capo (Groundhog Day)

Ricomincio da capo (Groundhog Day)  è un film commedia del 1993 diretto da Harold Ramis ed interpretato da Bill Murray e Andie MacDowell.

Nel 2006 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

 

Trama

Phil Connors è un insopportabile meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney – in Pennsylvania – per fare un reportage sulla tradizionale ricorrenza del Giorno della Marmotta.

Qui però rimane intrappolato in un circolo temporale: ogni mattina, alle 06.00 in punto, viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente. Gli eventi si ripetono esattamente uguali ogni giorno, e lui ben presto impara a sfruttarli per passare una giornata stravagante, spendere soldi, conquistare donne. Ma ogni tentativo di sedurre la bella collega Rita fallisce invariabilmente.

Alla lunga questa vita ripetitiva lo porta però alla depressione e a tentare continuamente il suicidio, nei modi più strani, ma il giorno dopo si risveglia comunque, sempre nel Giorno della Marmotta. Durante uno di questi giorni Phil si apre a Rita che, comunque scettica, gli offre il consiglio di dedicare questa vita intrappolata ad aiutare il prossimo. Phil capisce così che non può in un singolo giorno – ovviamente – aiutare tutti, ma può migliorare sé stesso. Scopre così i suoi talenti e capisce i bisogni altrui, il che lo rende un uomo apprezzato ed amato, insomma, un uomo migliore.

Alla fine tutto ciò lo porta ad uscire dall’incantesimo, e a trovare finalmente il vero amore.

 Produzione

Il regista Harold Ramis aveva inizialmente scelto Tom Hanks per il ruolo del protagonista, ma fu poi scartato perché ritenuto “troppo carino”.
Bill Murray per ben due volte è stato morso dalla marmotta Phil, durante le riprese del film.
La pellicola non è stata girata a Punxsutawney, troppo distante da strade statali e dunque difficilmente accessibile da parte della troupe, bensì nella cittadina di Woodstock, nell’Illinois.

Remake

Il film ha un remake italiano del 2004, È già ieri, con protagonista Antonio Albanese.

Curiosità

Nei paesi di lingua inglese, il titolo originale del film (Groundhog Day) è diventato un’espressione comune per indicare un giorno noioso e ripetitivo.

Nel punto dove Phil Connors inciampa continuamente in una pozzanghera è stata collocata una targhetta che dice: Bill Murray è inciampato qui!

Bill Murray e il regista Harold Ramis sono stati insigniti del titolo onorario di “Gran cerimonieri” del Giorno della Marmotta.

Il bed & breakfast nel quale il personaggio di Bill Murray alloggia nel film era in realtà una antica villa, vecchia ben 114 anni. Nell’ottobre del 2008 l’antico edificio è stato acquistato da una coppia di Milwaukee, nell’intento di ristrutturarlo per intero e trasformarlo in un vero bed & breakfast a cinque camere.

Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori

ITALO CALVINO

Marcovaldo al supermarket


Alle sei di sera la città cadeva in mano dei consumatori.

Per tutta la giornata il gran daffare della popolazione produttiva era il produrre: producevano beni di consumo.
A una cert’ora, come per lo scatto d’un interruttore, smettevano la produzione e, via!, si
buttavano tutti a consumare. Ogni giorno una fioritura impetuosa faceva appena in tempo
a sbocciare dietro le vetrine illuminate, i rossi salami a penzolare, le torri di piatti di
porcellana a innalzarsi fino al soffitto, i rotoli di tessuto a dispiegare drappeggi come code
di pavone, ed ecco già irrompeva la folla consumatrice a smantellare a rodere a palpare a
far man bassa. Una fila ininterrotta serpeggiava per tutti i marciapiedi e i portici,
s’allungava attraverso le porte a vetri nei magazzini intorno a tutti i banchi, mossa dalle
gomitate di ognuno nelle costole di ognuno come da continui colpi di stantuffo.
Consumate! e toccavano le merci e le rimettevano giù e le riprendevano e se le
strappavano di mano; consumate! e obbligavano le pallide commesse a sciorinare sul
bancone biancheria e biancheria; consumate! e i gomitoli di spago colorato giravano
come trottole, i fogli di carta a fiori levavano ali starnazzanti, avvolgendo gli acquisti in
pacchettini e i pacchettini in pacchetti e i pacchetti in pacchi, legati ognuno col suo nodo a
fiocco. E via pacchi pacchetti pacchettini borse borsette vorticavano attorno alla cassa in
un ingorgo, mani che frugavano nelle borsette cercando i borsellini e dita che frugavano
nei borsellini cercando gli spiccioli, e giù in fondo in mezzo a una foresta di gambe
sconosciute e falde di soprabiti i bambini non più tenuti per mano si smarrivano e
piangevano.

Una di queste sere Marcovaldo stava portando a spasso la famiglia. Essendo senza soldi,
il loro spasso era guardare gli altri fare spese; inquanto–ché il denaro, più ne circola, più
chi ne è senza spera: «Prima o poi finirà per passarne anche un po’ per le mie tasche».
Invece, a Marcovaldo, il suo stipendio, tra che era poco e che di famiglia erano in molti, e
che c’erano da pagare rate e debiti, scorreva via appena percepito. Comunque, era pur
sempre un bel guardare, specie facendo un giro al supermarket.

Il supermarket funzionava col self–service. C’erano quei carrelli, come dei cestini di ferro
con le ruote, e ogni cliente spingeva il suo carrello e lo riempiva di ogni bendidio. Anche
Marcovaldo nell’entrare prese un carrello lui, uno sua moglie e uno ciascuno i suoi quattro
bambini. E così andavano in processione coi carrelli davanti a sé, tra banchi stipati da
montagne di cose mangerecce, indicandosi i salami e i formaggi e nominandoli, come
riconoscessero nella folla visi di amici, o almeno conoscenti.

– Papa, lo possiamo prendere questo? – chiedevano i bambini ogni minuto.
– No, non si tocca, è proibito, – diceva Marcovaldo ricordandosi che alla fine di quel giro li
attendeva la cassiera per la somma.
– E perché quella signora lì li prende? – insistevano, vedendo tutte queste buone donne
che, entrate per comprare solo due carote e un sedano, non sapevano resistere di fronte
a una piramide di barattoli e tum! tum! tum! con un gesto tra distratto e rassegnato
lasciavano cadere lattine di pomo–dori pelati, pesche sciroppate, alici sott’olio a
tambureggiare nel carrello.

Insomma, se il tuo carrello è vuoto e gli altri pieni, si può reggere fino a un certo punto: poi
ti prende un’invidia, un crepacuore, e non resisti più. Allora Marcovaldo, dopo aver
raccomandato alla moglie e ai figlioli di non toccare niente, girò veloce a una traversa tra
i banchi, si sottrasse alla vista della famiglia e, presa da un ripiano una scatola di datteri,
la depose nel carrello. Voleva soltanto provare il piacere di portarla in giro per dieci minuti,
sfoggiare anche lui i suoi acquisti come gli altri, e poi rimetterla dove l’aveva presa.

Questa scatola, e anche una rossa bottiglia di salsa piccante, e un sacchetto di caffè, e
un azzurro pacco di spaghetti. Marcovaldo era sicuro che, facendo con delicatezza,
poteva per almeno un quarto d’ora gustare la gioia di chi sa scegliere il prodotto, senza
dover pagare neanche un soldo. Ma guai se i bambini lo vedevano! Subito si sarebbero
messi a imitarlo e chissà che confusione ne sarebbe nata!
Marcovaldo cercava di far perdere le sue tracce, percorrendo un cammino a zig zag per i
reparti, seguendo ora indaffarate servette ora signore impellicciate. E come l’una o l’altra
avanzava la mano per prendere una zucca gialla e odorosa o una scatola di triangolari
formaggini, lui l’imitava. Gli altoparlanti diffondevano musichette allegre: i consumatori si
muovevano o sostavano seguendone il ritmo, e al momento giusto protendevano il
braccio e prendevano un oggetto e lo posavano nel loro cestino, tutto a suon di musica.

Il carrello di Marcovaldo adesso era gremito di mercanzia; i suoi passi lo portavano ad
addentrarsi in reparti meno frequentati; i prodotti dai nomi sempre meno decifrabili erano
chiusi in scatole con figure da cui non risultava chiaro se si trattava di concime per la
lattuga o di seme di lattuga o di lattuga vera e propria o di veleno per i bruchi della lattuga
o di becchime per attirare gli uccelli che mangiano quei bruchi oppure condimento per
l’insalata o per gli uccelli arrosto. Comunque Marcovaldo ne prendeva due o tre scatole.
Così andava tra due siepi alte di banchi. Tutt’a un tratto la corsia finiva e c’era un lungo
spazio vuoto e deserto con le luci al neon che facevano brillare le piastrelle. Marcovaldo
era lì, solo col suo carro di roba, e in fondo a quello spazio vuoto c’era l’uscita con la
cassa.

Il primo istinto fu di buttarsi a correre a testa bassa spingendo il carrello davanti a sé come
un carro armato e scappare via dal supermarket col bottino prima che la cassiera potesse
dare l’allarme. Ma in quel momento da un’altra corsia lì vicino s’affacciò un carrello carico
ancor più del suo, e chi lo spingeva era sua moglie Domitilla. E da un’altra parte se
n’affacciò un altro e Filippetto lo stava spingendo con tutte le sue forze.
Era quello un punto in cui le corsie di molti reparti convergevano, e da ogni sbocco veniva fuori un
bambino di Marcovaldo, tutti spingendo trespoli carichi come bastimenti mercantili.

Ognuno aveva avuto la stessa idea, e adesso ritrovandosi s’accorgevano d’aver messo
insieme un campionario di tutte le disponibilità del supermarket. – Papa, allora siamo
ricchi? – chiese Michelino. – Ce ne avremo da mangiare per un anno?
– Indietro! Presto! Lontani dalla cassa! – esclamò Marcovaldo facendo dietrofront e
nascondendosi, lui e le sue derrate, dietro ai banchi; e spiccò la corsa piegato in due
come sotto il tiro nemico, tornando a perdersi nei reparti. Un rombo risuonava alle sue
spalle; si voltò e vide tutta la famiglia che, spingendo i suoi vagoni come un treno, gli
galoppava alle calcagna.
– Qui ci chiedono un conto da un milione!

Il supermarket era grande e intricato come un labirinto: ci si poteva girare ore ed ore. Con
tante provviste a disposizione, Marcovaldo e familiari avrebbero potuto passarci l’intero
inverno senza uscire. Ma gli altoparlanti già avevano interrotto la loro musichetta, e
dicevano: – Attenzione! Tra un quarto d’ora il supermarket chiude! Siete pregati
d’affrettarvi alla cassa!

Era tempo di disfarsi del carico: ora o mai più. Al richiamo dell’altoparlante la folla dei
clienti era presa da una furia frenetica, come se si trattasse degli ultimi minuti dell’ultimo
supermarket in tutto il mondo, una furia non si capiva se di prendere tutto quel che c’era o
di lasciarlo lì, insomma uno spingi spingi attorno ai banchi, e Marcovaldo con Domitilla e i
figli ne approfittavano per rimettere la mercanzia sui banchi o per farla scivolare nei
carrelli d’altre persone. Le restituzioni avvenivano un po’ a casaccio: la carta moschicida
sul banco del prosciutto, un cavolo cappuccio tra le torte. Una signora, non s’accorsero
che invece del carrello spingeva una carrozzella con un neonato: ci rincalzarono un
fiasco di barbera.
Questa di privarsi delle cose senz’averle nemmeno assaporate era una sofferenza che
strappava le lacrime. E così, nello stesso momento che lasciavano un tubetto di
maionese, capitava loro sottomano un grappolo di banane, e lo prendevano; o un pollo
arrosto invece d’uno spazzolone di nylon; con questo sistema i loro carrelli più si
vuotavano più tornavano a riempirsi.

La famiglia con le sue provviste saliva e scendeva per le scale rotanti e ad ogni piano da
ogni parte si trovava di fronte a passaggi obbligati dove una cassiera di sentinella
puntava una macchina calcolatrice crepitante come una mitragliatrice contro tutti quelli
che accennavano a uscire. Il girare di Marcovaldo e famiglia somigliava sempre più a
quello di bestie in gabbia o di carcerati in una luminosa prigione dai muri a pannelli
colorati.
In un punto, i pannelli d’una parete erano smontati, c’era una scala a pioli posata lì,
martelli, attrezzi da carpentiere e muratore. Un’impresa stava costruendo un
ampliamento del supermarket. Finito l’orario di lavoro, gli operai se n’erano andati
lasciando tutto com’era. Marcovaldo, provviste innanzi, passò per il buco del muro. Di là
c’era buio; lui avanzò. E la famiglia, coi carrelli, gli andò dietro.

Le ruote gommate dei carrelli sobbalzavano su un suolo come disselciato, a tratti
sabbioso, poi su un piancito d’assi sconnesse. Marcovaldo procedeva in equilibrio su di
un asse; gli altri lo seguivano. A un tratto videro davanti e dietro e sopra e sotto tante luci
seminate lontano, e intorno il vuoto.
Erano sul castello d’assi d’un’impalcatura, all’altezza delle case di sette piani. La città
s’apriva sotto di loro in uno sfavillare luminoso di finestre e insegne e sprazzi elettrici dalle
antenne dei tram; più in su era il cielo stellato d’astri e lampadine rosse d’antenne di
stazioni radio. L’impalcatura tremava sotto il peso di tutta quella mercé lassù in bilico.
Michelino disse: – Ho paura!

Dal buio avanzò un’ombra. Era una bocca enorme, senza denti, che s’apriva
protendendosi su un lungo collo metallico: una gru. Calava su di loro, si fermava alla loro
altezza, la ganascia inferiore contro il bordo dell’impalcatura. Marcovaldo inclinò il carrello,
rovesciò la mercé nelle fauci di ferro, passò avanti. Domitilla fece lo stesso. I bambini
imitarono i genitori. La gru richiuse le fauci con dentro tutto il bottino del supermarket e
con un gracchiante carrucolare tirò indietro il collo, allontanandosi. Sotto s’accendevano
e ruotavano le scritte luminose multicolori che invitavano a comprare i prodotti in vendita
nel grande supermarket.

Truffe dell’Antica Roma

– Ma quali pescatori?? Ma quali pesci?? –

 

Cicerone – de Officiis – Libro terzo

LA MENZOGNA E IL RAGGIRO

E se è da biasimare chi tace, come devono esser giudicati quanti sono soliti servirsi di discorsi ingannevoli? Gaio Genio, cavaliere romano, uomo non privo di spirito e abbastanza colto, essendosi recato a Siracusa per trascorrervi un periodo di vacanza, come lui stesso era solito dire, e non per e concludere af fari, andava dicendo di voler comprare una villetta dove potesse invitare gli amici e divertirsi senza essere disturbato da importuni.

Essendosi diffusa la notizia, un certo Pizio, banchiere a Siracusa, gli disse che non aveva ville da vendere, ma che Canio poteva servirsi della sua, se voleva, come se gli appartenesse, e contemporaneamente lo invitò a cena in villa per il giorno dopo. Avendogli Canio promesso di venire, Pizio che, in qualità di banchiere, godeva credito presso tutte le categorie di persone, chiamò a sé dei pescatori, chiese loro di pescare il giorno dopo di fronte alla sua villa, e disse quanto desiderava che essi facessero. Canio venne puntualmente per la cena; il banchetto era stato imbandito puntualmente da Pizio, davanti agli occhi si presentava una moltitudine di barche e ogni pescatore portava, a turno, ciò che aveva preso; i pesci venivano gettati ai piedi di Pizio.

Allora Canio: “Di grazia” disse “?” E quello, disse “Tutti i pesci di Siracusa stanno qui, qui vengono a rifornirsi d’acqua, non possono fare a meno di questa villa“. Canio, preso dal desiderio, chiese insistentemente a Pizio che gli vendesse la villa. Sulle prime quello faceva il difficile. Che motivo c’è di dilungarsi? Ottiene il suo scopo: quell’uomo bramoso e ricco compra la villa al prezzo richiesto da Pizio e la compra con tutto l’arredamento, registra la vendita e l’affare è concluso.

Canio invita il giorno dopo i suoi amici; arriva per tempo, ma non vede neanche una barca. Chiese al vicino più prossimo se ci fossero festività dei pescatori, dato che non ne vedeva nessuno. “A quanto ne so io, no” risponde quello “ma qui, di solito, non viene a pescare nessuno; perciò ieri mi stupivo di quanto fosse accaduto“.

Canio montò in bestia, ma che avrebbe potuto fare?

A quel tempo Gaio Aquilio, mio amico e collega, non aveva ancora proposto le norme relative alla frode, in cui, essendogli chiesto che cosa fosse la frode, rispondeva che essa si verifica quando si finge una cosa e se ne fa un’altra.

Una definizione magnifica, com’è naturale in un uomo esperto in definizioni. Così sia Pizio che tutti coloro, i quali fanno una cosa e ne simulano un’altra, sono perfidi, malvagi, maligni. Nessuna loro azione può risultare utile dal momento che è viziata da tanti difetti.

Racconti neri – parte 1/4

Elenco dei racconti suddivisi su 4 pagine:

  • Edgar Allan Poe – Gli assassini della Rue Morgue
  • Edgar Allan Poe – Il rumore del cuore
  • Gustav Meyrink – Il Golem
  • Guy de Maupassant – Il Pazzo
  • Ambrose Gwinett Bierce – a casa del fantasma
  • Edgar Allan Poe – La maschera della morte rossa
  • Guy de Maupassant – La morta
  • Emile Zola – La morte di Olivier Becaille
  • Guy de Maupassant – Lettera di un pazzo
  • Arthur Conan Doyle – L’imbuto di cuoio
  • Edgar Allan Poe – Morella
  • Arthur Conan Doyle – Per filo e per segno
  • Ambrose Gwinett Bierce – Un arresto
  • Ambrose Gwinett Bierce – Uno dei dispersi
  • Ambrose Gwinett Bierce – La casa del fantasma
  • Guy de Maupassant – La Tomba

 

 

Edgar Allan Poe – Giancarlo Giannini – Gli assassini della Rue Morgue

Edgar Allan Poe – Giancarlo Giannini – Il rumore del cuore

Gustav Meyrink – Giancarlo Giannini – Il Golem

Guy de Maupassant – Giancarlo Giannini – Il Pazzo

EXTRA mp3:
Racconti Neri magistralmente interpretati da Giancarlo
Giannini in mp3

Racconti neri – parte 2/4

Ambrose Gwinett Bierce – Giancarlo Giannini – a casa del fantasma



Edgar Allan Poe – Giancarlo Giannini – La maschera della morte rossa



Guy de Maupassant – Giancarlo Giannini – La morta



Emile Zola – Giancarlo Giannini – La morte di Olivier Becaille



EXTRA mp3:
Racconti Neri magistralmente interpretati da Giancarlo
Giannini in mp3